“Essenziale non vuol dire povero o incompleto. È un qualcosa che ha in sé tutti gli elementi fondamentali di base, e non necessita d’altro. Spesso, in tante situazioni, avrei voluto sentirmi essenziale, ma quasi sempre non ci sono riuscito, perché non è facile liberarsi di ciò che abbiamo in più, dentro e fuori di noi”.
Il commento, scritto da Fabrizio Corsini, appare sotto una foto bellissima scattata ad Anghiari, paese a me molto caro.
Una piccola finestra senza tende, un lampione attaccato al muro, una piccola feritoia in basso, sulla destra. Le facciate della casa hanno un intonaco chiaro e appena più scuro dell’altra parte. Una foto essenziale, caro Fabrizio: quindi non è vero che non riesci ad esserlo. Ci sei riuscito eccome in questo libro di una quarantina di immagini, 42 per l’esattezza, corredate da poesie o piccole prose scattate e scritte durante viaggi recenti o più lontani nel tempo.
L’autore ha cercato di catturare il lato meno appariscente, come scrive lui stesso “quello che magari in altre occasioni mi è sfuggito o che non ho saputo cogliere”.
Sfoglio il volume. Quercianella al tramonto. “Nelle ombre del tramonto/ tornano lontani ricordi/ momenti indefiniti/ sospesi nel vuoto/ incerte presenze” scrive l’autore a chiosa dell’immagine. Un commento di un giovanissimo Fabrizio, siamo nel 1974.
E poi Castiglione della Pescaia, Livorno. Ancora cieli che tramontano, notti appena iniziate che sfumano le immagini. Notti senza stelle, una vela che si perde nel mare…
E ancora. Adesso siamo a Follonica. Un pontile lontano, il mare (grande protagonista di questo volume) calmo che lascia un senso di quiete, le nuvole in cielo con qualche sprazzo di azzurro, “i fragili momenti di una notte/ che non deve finire”.
Cortona: case di pietra, un muro, un viale. Foto che sembra un bianco e nero con l’edera rossa che incornicia il ponte, e gli alberi che abbracciano questo piccolo angolo di mondo, “quel tempo/ e quella primavera/ che avrei vissuto in bianco e nero” (1979).
Qualche anno dopo, spunta dalla nebbia un’immagine di Gaiole in Chianti. Cipressi che svettano a confronto di altri alberi, una villa lontana, tutto sembra disegnato da un pennello scolorito. Un mondo quasi fiabesco, rarefatto, di “Tenui disegni” (1984).
A Romena di Pratovecchio (Stia) è ritratta una chiesa, un campanile, un ciuffo di cipressi, un prato. Un cielo più azzurro con qualche nuvola lontana.
Un luogo incantato, ha ragione Fabrizio, “lontano dal clamore, (…) dove riempirmi di natura e sedermi la sera, davanti al camino, con il mio cane ed un bicchier di vino”. Questi pensieri sono lontani dagli anni giovani, infatti Fabrizio li ha scritti nel novembre 2025.
Pitigliano: la foto è un piccolo gioiello. Sembra un paese di cartone, un presepe costruito in alto, con un magnifico gioco di luci e ombre. Evanescente. Come la didascalia che la accompagna, “Evanescenze” appunto (1999).
E poi arriva lei, Patty, che irrompe nelle pagine con le sue immagini. Patty, sua moglie, Patty un paio di bellissime gambe con i tacchi alti che lei adora.
Patty la musa, i desideri, “nella partita a scacchi della vita,/ solo la mia Regina./ Unica”, “l’ispirazione/ che lascia il suo segno sulle pagine”, “il nuovo tempo dell’amore”, che gli ha fatto scattare queste foto. Un suo primo piano, terrazza Mascagni a Livorno, con lei che guarda il mare; una sua foto senza veli ma copertissima da una penombra illuminata dalla luce del fuori che fa capolino da una finestra immersa nel verde.
E qui Patty non è solo una moglie o una musa, ma una ninfa “Venuta dai boschi/ o uscita dal mare”. Da dove non importa, ma la sua presenza illumina questo libro, lo riempie di una tranquilla serenità familiare.
Poi, ad un certo punto, i pensieri finiscono. Ci troviamo davanti agli occhi un gruppo di foto senza commento: un silenzio assordante accompagna le immagini di Firenze chiusa dal lockdown. Primo giugno 2020, c’è ancora la pandemia. Le strade sono deserte. Qualche raro volto con la mascherina abbassata, il cinghiale al mercato del Porcellino che ci dà le spalle, sconsolato. In Piazza Signoria la fontana gioca con i suoi spruzzi d’acqua. Vetrine senza clienti, i nostri bei monumenti che assistono impotenti alla distruzione del Covid e svettano severi e solitari in questa nostra città senza tempo, in questa regione che Fabrizio ama moltissimo. Infatti dedica a Siena una delle foto più calde e luminose dell’intero volume, e a San Francesco di Fiesole a cui affida parole di pace.
Infine. Ultime ma non ultime le foto di Fabrizio che mi sono più care. Un ragazzino con le cuffie mentre lavora a Controradio. Siamo negli anni ottanta, quelli dell’università, che io e lui abbiamo frequentato insieme, laureandoci con lo stesso professore, il grande Luigi Baldacci, lo stesso giorno, ad un’ora di distanza l’uno dall’altro. E prima eravamo compagni delle superiori. Allora ero io la sua musa, almeno così diceva. Perché poi non mi passava mai i compiti di matematica…!!!
Le immagini scorrono. Fabrizio ancora molto giovane mentre suona. Fabrizio con la sua Pentax, Fabrizio con Patty. Fabrizio cresciuto, ma con ancora intatta la sua voglia di scoprire il mondo, di viaggiare, con il suo zaino degli attrezzi, cavalletto, obiettivi, macchine fotografiche che cambia a seconda delle occasioni. Un fotografo che ha fatto il professore, un professore che non ha mai dimenticato il suo amore per le immagini, che ha saputo e sa cogliere della vita le sue tante sfumature, e che ci ha dato della nostra meravigliosa Toscana ritratti bellissimi, “essenziali”.
Anna Pampaloni
Il pensiero fotografico
Penso che la cosa più difficile, per chi si vuole esprimere, sia trovare il linguaggio più semplice per farsi capire.
In tutte le arti visive l’uomo ha cercato e cerca di far vedere la propria emozione, la bellezza, l’amore che sta provando per ciò che osserva. Nel vedere, il sentimento che uno prova, è solo merito della luce. Senza la luce, quale emozione si può provare all’infuori di quello che si percepisce con l’udito o l’odorato, per esempio con un profumo che ti inebria? Ma se non sai da dove viene, non lo puoi ritrovare un’altra volta. Se non sappiamo chi ha generato tutto questo non possiamo riprovare la stessa cosa; se non c’è la luce non possiamo riconoscere quell’emozione.
Fotografare vuol dire che dobbiamo cibarci solo della luce, imprimere nel nostro cervello la fotografia che abbiamo visto, la nostra emozione, prima ancora di usare la macchina fotografica.
Nelle foto che Fabrizio ha scelto, si vede tutto questo, anche nella sua versione più semplice, senza pretese di vincere chissà quale premio: è far trasparire l’amore per le cose belle, l’amore verso sua moglie.
Sono quasi trent’anni che ci conosciamo; sono entrato subito in empatia con lui, vedendolo dietro quella cattedra ad insegnare ai suoi piccoli allievi; ci siamo messi subito a parlare di fotografia, della quale è sempre stato appassionato, mentre facevo le foto a quella classe (foto ricordo di un momento che ancora oggi qualcuno conserva).
In questo libro Fabrizio si esprime al massimo con le cose che ha scelto per farci vedere la sua emozione: la poesia/la prosa e la fotografia.
Grazie di tutto.
Alessandro Mayer
Questo libro racconta dei miei brevi viaggi, recenti e non, in Toscana, alla ricerca di luoghi che conosco, e in cui ritorno volentieri, oppure che mi sono del tutto nuovi. Nei posti dove sono già stato, cerco sempre il lato meno appariscente, quello che magari in altre occasioni mi è sfuggito o che non ho saputo cogliere: provo insomma (con l’obiettivo fotografico) a vedere in modo diverso, ad osservare da un’altra prospettiva. Gli ambienti o i paesaggi sconosciuti sono invece un qualcosa in più, un’immagine che non resta solo nella memoria, ma che finirà forse su carta stampata, e che quindi avrò modo di rivedere, come la prima volta.
Il gruppo di foto su Firenze, datate 1-6-2020, narrano l’esperienza (durante la pandemia) di una mattina in giro per la città, col maestro Alessandro Mayer: mostrano una Firenze stranamente deserta e senza vita; le presenze umane sono rare e i monumenti, gli angoli semideserti, i dettagli delle vetrine, appaiono in una nuda solitudine, senza la confusione e il clamore dei tanti turisti che affollano le vie del centro, e per questo forse ancora più affascinanti ed austeri.
Quasi tutte le immagini (tranne queste, che non hanno bisogno di parole, perché il silenzio delle situazioni è di per sé emblematico) hanno un breve commento in versi o in prosa: sono riflessioni che ho scritto in tempi molto diversi, ma che si adattano bene al contesto.
Gli ultimi scatti, a chiusura del volume, servono un po’ a descrivermi, per chi non mi conosce, così come sono e come sono stato un tempo.
Questo lavoro è dedicato a mia moglie Patrizia (Patty), la mia “Musa”, ispiratrice poetica e modella fotografica, come me amante del mare, dei viaggi e della buona cucina.
Fabrizio Corsini